La mia relazione al comitato regionale dell’11/01/2010

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Le grandi questioni politiche che nel passato biennio hanno interessato i governi del mondo hanno significativamente modificato il sistema e le priorità dei valori ai quali fino a oggi si era affidata la maggioranza della comunità globale. Libero mercato e capitalismo, finanza creativa, sviluppo intensivo e largo consumo, destatalizzazione e outsourcing dei servizi avevano nel tempo arricchito il nostro vocabolario a seguito della partita chiusa sul finire dello scorso secolo tra socialismo e liberismo a favore di quest’ultimo, nel mondo occidentale. La precisazione del tipo di conflitto ed in quale parte del mondo, e d’obbligo, poichè mano a mano che il modello occidentale si è uniformato e lo si è voluto esportare al resto del mondo, soprattutto per la necessità dettata dal fabbisogno di nuovi mercati e nuove risorse, sono emersi ostacoli insuperati e si sono aperte crepe che sono diventate vere e proprie voragini ed hanno messo in discussione il modello capitalista-liberale come modello universale.
Non solo perchè tale modello necessita di governi democratici per poter essere realizzato, e sappiamo invece quanto sia difficile esportare la democrazia o addirittura imporla con il conflitto armato, ma, soprattutto perchè le domande che salgono dal pianeta non hanno trovato risposte attraverso le vecchie ideologie o dei sistemi socio-economici che si sono confrontati lungo oltre un secolo di storia.
La necessità di salvare il pianeta dal disastro ecologico, dall’esplosione demografica, dalla crisi energetica e dall’insidia che il fanatismo religioso diventi strumento di lotta dei diseredati, impongono un modo nuovo di governare il pianeta con modelli nuovi, per la verità già in agenda dei più importanti paesi del mondo. Il fallimento di Copenaghen dimostra però quanto difficile sia la strada del governo globale e a quale duro lavoro sono oggi chiamate le diplomazie del mondo sui diversi e complessi temi che tutti ormai conosciamo. Cina, India e Brasile diventano sempre più decisivi assieme agli USA per scelte che nell’Europa geografica solo la Russia è in grado di condizionare, marcando sempre più la debolezza dell’Europa politica che nelle sue diverse fasi di crescita e di stasi ha sacrificato la leadership culturale politica ed economica sul mondo a favore di un patto tra stati anziché tra popoli che ha visto crescere un euroburocrazia autoreferenziale temuta dagli stati membri e conosciuta agli europei solo per i tempi ridicoli vincoli che ha saputo elaborare negli anni, giusto il contrario di ciò che servisse. Devo dare atto che il nostro governo di politica estera ha saputo tenere il paese sulla linea dell’europeismo nonostante i mugugni della lega, ha rafforzato il rapporto con gli stati membri dell’Atlantico e si detto parte attiva in rapporto con la Russia che non può avere pregiudizi storici ma che deve collocarsi oltre i buoni rapporti personali tra Putin e Berlusconi. Resta insuperata la questione aperta durante la presidenza Prodi all’UE e relativa al suo allargamento ed al suo mancato rafforzamento, politico soprattutto.
L’Italia non vive un mondo a parte, vive dentro questo mondo ed ogni sua scelta politica e di governo contribuisce a rafforzarle o indebolirle dentro un contesto dove anche come potenza industriale non è più protagonista da tempo. Siamo diventati un piccolo paese, ma siamo mai stati un grande paese? E se si, potremo mai ridiventarlo?
Sembra che queste domande ormai non se le porga più nessuno come se le risposte alle emergenze che pure ci sono e vanno risolte in Italia fossero la sola cifra per giudicare un governo e la misura dell’intero paese. Va bene la soluzione rifiuti a Napoli, va bene le case ai terremotati, va bene la cassa integrazione allargata, ma la politica dell’intervento tampone dura l’arco di una stagione e non può né deve sostituire gli interventi strutturali di cui il nostro paese necessita. Interventi che devono intanto incidere sul rapporto cittadino-istituzioni e istituzioni tra loro, riforme come le chiama qualcuno. Da oltre un anno il Presidente Napolitano parla inascoltato di Mezzogiorno ed oggi pone l’accento sul fisco. a noi è sempre sembrato molto ovvio che l’attuale modello fiscale penalizzante per le imprese e per le famiglie non favorisce lo sviluppo ne accende i consumi, sembra che anche Tremonti se ne sia accorto ma rimanda ogni intervento alla fine di questa legislatura, ma se così non fosse siamo pronti a lavorare. E il quoziente familiare? E l’irap e il modello delle detrazioni per combattere efficacemente l’evasione fiscale? Così come sembra che la risposta alla nuova questione meridionale debba essere la Banca del Sud a piangere il mancato sviluppo e le infrastrutture che dovevano realizzarsi con i fondi FAS destinati a coprire altri fabbisogni dello stato ed a giustificare il Federalismo Fiscale che darà di più a chi produce fuori da una comparazione storica sui mezzi di produzione del reddito. Per non dire poi della questione relativa ai servizi pubblici locali al rafforzamento delle municipalità ed alla grande questione della riforma della giustizia evocata come bastone mai realizzata perché subordinata alle vicende personali di Berlusconi. Questioni tutte che affrontate dovrebbero ridare autorevolezza alla politica e credibilità al rapporto tra cittadino ed istituzioni.
Vogliamo prendere parte come UDC ad un vero processo riformatore nel nostro paese? Certo che si. Intendiamo mantenere il patto con i nostri elettori che ci hanno votato anche perché abbiamo loro promesso una opposizione “repubblicana” a Berlusconi? Certo che si. Berlusconi ed il suo governo sono disponibili a lavorare con spirito costruttivo liberandosi dai condizionamenti di Bossi? A questa domanda risponderà Berlusconi con il tipo di prospettiva che vorrà dare al suo governo ed alla politica del suo partito a prescindere dalla sua leadership se un giorno vorrà lasciare seme o cenere. Per quanto ci riguarda credo sia inutile chiarire che ai nostri elettori che l’appuntamento elettorale delle prossime regionali nel resto d’Italia non potrà che riguardare le alleanze locali e che questi non prevedono governi a guida lega o guida sinistra antagonista o peggio Di Pietro. Poiché abbiamo sempre e a ragione ritenuto che non basta vincere le elezioni ma occorre poter governare con coalizioni coese e aderenti alla volontà popolare. Quella volontà popolare che per la prima volta dell’avvento dei sistemi maggioritari è stata volgarmente tradita proprio nella nostra realtà siciliana e che rappresenta per intero e plasticamente la distanza che oggi corre tra la politica e i cittadini, tra l’esercizio della funzione ed il mandato elettorale. Difetta certamente il nostro sistema elettorale che da un lato vincola la coalizione in una scheda elettorale unica nelle scelte del Presidente e dall’altro lascia libero quest’ultimo di scegliere a piacimento il vincolo del suffragio. Ma oggi quel che più difetta nella politica Siciliana è quella robusta moralità indispensabile per affrontare e risolvere le drammatiche questioni che ci stanno davanti. Un governo sganciato dall’esito elettorale ha nei mesi scorsi denunciato tutte le sue debolezze ed inefficienze, dimostrando che l’assenza dell’UDC non poteva essere risolutiva delle contraddizioni che già allora Lombardo assommava. Oggi un governo frutto del ribaltamento del risultato elettorale deve poter essere giudicato intanto per la sfacciata impostura alla quale prendono parte i più diversi protagonisti in nome del più vacuo “con chi ci sta” pseudo-riformatore, realizzando sostanzialmente una conventio ad excludendum “di quei soggetti politici” che si ostinano a sostenere che chi vince governa e chi perde fa opposizione e diversamente l’unica strada è il ritorno al corpo elettorale. Ma se per un solo momento volessimo astrarre il nostro ragionamento dalle valutazioni di premesse e accettassimo di partecipare nel merito di una discussione sulle cose da fare non potremmo che osservare almeno due cose:
la prima, le riforme tradizionalmente intese riguardano la ridefinizione del campo di gara e delle regole del gioco, in una parola l’assetto istituzionale, sono di competenza dell’organo legislativo e non possono che coinvolgere tutti i gruppi politici.
La seconda, la necessità di rivedere l’assetto istituzionale non può essere confusa con la legislazione ordinaria sia che riguardi i temi dell’emergenze sia che ridisegni strutturalmente interi settori.
Ne discende, che, necessariamente, se si vuole essere credibilmente coerenti con l’evoluzione del quadro politico, l’unica legge che può essere fatta prima di andare al voto è quella elettorale che preveda la mozione di sfiducia al presidente eletto dalla coalizione o la doppia scheda per la sua elezione, introducendo comunque un meccanismo di salvaguardia dell’ARS in caso di dimissioni o sfiducia del presidente della Regione. Ma, temiamo invece che, alcuni soggetti politici siano impantanati, senza considerare che occorrerebbero parole chiare sul merito delle questioni che si vogliono affrontare. Le famiglie e le imprese della Sicilia continuano a soffrire molto più di quelle del nord gli effetti della crisi economica, nel sud i prestiti al settore produttivo hanno subito un calo rispetto all’anno precedente dell’ 1,2% e le famiglie hanno continuato ad indebitarsi, con un incremento percentuale pari al 2,9%. In Sicilia si rileva una sempre maggiore difficoltà a recuperare da parte delle banche il denaro prestato sia alle imprese che alle famiglie e insieme alla Calabria la nostra regione è quella dove il denaro costa sempre di più 6,4%. Le imprese chiudono o licenziano, l’agricoltura e l’artigianato sono in crisi, ma adesso anche il comparto dei servizi e allo stremo e sempre più giovani partono per non tornare più. Se aggiungiamo lo sfacelo del servizio dei rifiuti e il blocco della spesa comunitaria, resta facile immaginare quanto pesi questa lunga crisi politica sul futuro dei siciliani. L’assenza di una strategia di governo per affrontare e risolvere le questioni citate non può essere nascosta da slogan innovatori, utili solo a mascherare una occupazione sistematica delle istituzioni con nomine del partito del presidente o dei suoi sodali. Io credo che oggi sia venuto il momento di prendere in mano le redini dell’opposizione in Sicilia e costruire l’alternativa. Senza pregiudizi, dobbiamo cercare ogni energia disponibile utile a superare, dentro l’ARS e nella regione, il macigno della diffidenza anche con coloro i quali non c’è una storia comune ma con i quali è possibile costruire un confronto trasparente, alla luce del sole su tutte le questioni della nostra isola nessuna esclusa. Da quelle prima cennate, al superamento definitivo della cappa mafiosa, con la sconfitta definitiva del crimine organizzato, anche con il contributo delle classi dirigenti che dovranno imparare ad essere unite contro un fenomeno che più di tutti rappresenta il peggiore dei mali siciliani. Sappiamo quanto strumentalmente abbiamo subito per vicende che ancora oggi lacerano le nostre carni, ma proprio in virtù di ciò non possiamo consentire che il futuro debba ancora vederci come un partito dagli uomini discussi o peggio collusi.
Lo faremo selezionando con maggiore rigore la nostra classe dirigente e allontanando coloro i quali non dovessero dimostrarsi all’altezza del nuovo corso. Sarà il modo migliore per dare il nostro contributo alla lotta alla mafia ed allo stesso tempo il modo migliore per sconfiggere quei nostri avversari politici che pure si trovano dentro l’antimafia militante, quella fetta di alcuni magistrati che partecipano attivamente alla vita politica e che fanno del loro lavoro strumento a servizio delle loro convinzioni. Solo così potremmo con autorevolezza e credibilità affermare che non ci piace l’antimafia degli offesi al governo della regione, così come non ci piacciono rigurgiti di gerontocrazia della prima repubblica, così come non ci piace sapere che molti promossi nei posti di comando sono graditi a piazza del gesù o similari.

La mia relazione al comitato regionale dell’11/01/2010ultima modifica: 2010-01-12T12:30:00+00:00da saverioromano
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